Araba Fenice

ED È SUBITO…GIORNO

La poetessa Araba Fenice, identificandosi col mitico uccello, fornisce al lettore il manifesto programmatico della sua arte. Il poeta deve morire e risorgere dalle proprie ceneri: “Proiettata nell’alba di un tramonto/mi sciolgo come neve al sole/e respiro la vita/nuovamente” (“Come neve al sole” 2008). È un percorso catartico, nel quale non solo l’essere viene purificato, ma è lo stesso linguaggio poetico a spogliarsi del superfluo e del mondano, diventando puro. La poesia, che questo processo genera, è quella che esprime il nostro essere più profondo e segreto. Il richiamo a Cristo è evidente. Una donna nuova che vince contro Thanatos. La poetessa, dopo la sua “anastasis” può spiccare il volo, ha acquisito l’abilità di creare versi densi, carichi di significato, infuocati, colorati di arcobaleno, rosso e oro come le piume della fenice: “Spicchi del cielo fra le case/Brani d’azzurro/che alleggeriscono la vita”(“Spicchi”, 2008). Viene in mente il vangelo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Giovanni 12,24-26). In ciò è fondamentale la spoliazione, il ritorno al fondamentale e al cogliere l’importanza delle piccole cose. Come in una famosa parabola: “È come un granello di senape, il più piccolo dei semi, ma quando cade su terreno preparato, genera una pianta grande e diventa riparo per gli uccelli del cielo” (Luca 13,18-19). Con questa chiave di lettura è facile capire come Araba Fenice, quasi geneticamente, si collochi nel filone della tradizione poetica “ermetica”, con una particolare devozione a Salvatore Quasimodo. Il grande poeta siciliano, durante i terribili anni delle guerre mondiali, proprio per l’orrore visto, sentì il bisogno di ritornare all’essenziale. Il contatto drammatico con la realtà si tramuta in una poesia pensante, densa di espressioni analogiche e simboliche. Bisogna “Imparare il silenzio…/tra le grida assordanti/di un pianeta infernale/ dipanato dall’ombra” (“Imparare il silenzio”, 2018) perché: “Nel silenzio di Dio/nasce la libertà dell’uomo” (“Il silenzio di Dio”, 2014). Suggestiva è l’immagine che ci viene fornita di “Ali Spezzate” (“Ali Spezzate, 2015). Questo vuol dire che la poetessa/fenice è consapevole che il suo viaggio e il suo compito non sono facili, perché il mondo ne stronca continuamente il volo (“Labirinto”, “Diaframma”, 2013). Ci troviamo di fronte a una circolarità eroica, dove solo la forza d’animo e la sua purezza riescono, riuscirono e riusciranno nel miracolo della “rinascita”. Ad ogni resurrezione la donna/fenice è migliore di prima, le sue ali sono più forti (“Indomiti gabbiani”, 2016), i suoi colori sono più lucenti, la sua fiamma arde di più. La sensibilità si affina esponenzialmente, capace di cogliere la parte del tutto e il tutto della parte. L’occhio poetico è in grado di vedere non solo le “perle”, ma anche e soprattutto “il filo” che le unisce, senza il quale non sarebbero una collana (“Filo di perle”, 2008). Geniali “visioni” poetiche si colgono in ogni stagione della produzione di Araba Fenice, tra queste una delle più belle è quella del mondo raffigurato come un “Pierrot” che “nasconde una lacrima triste” (“Pierrot Lunaire”, 2014). L’allieva supera il maestro? Di Quasimodo, tutti ricordano il famoso “Ed è subito sera”, ovvero come nell’esistenza umana, che oscilla continuamente tra l’attesa della felicità e il dolore, il raggio di sole trafigga l’uomo, cedendo subito il posto alla cocente delusione. Di Araba Fenice, invece, leggendo i suoi versi coglieremo il rialzarsi, oltre la sera, oltre la notte, non una ma infinite volte e ne ricorderemo quindi un forte simbolico, ardente e volante: “Ed è subito…giorno”.

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